Straccameriggi

un blog sempre in ferie

Prim’arie

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Giunto è il dì, lo quel del gran giudizio.
Tra il giovincel e lo usato sicuro
saprem de lo PD chi è lo patrizio.

“Stival cambiam, lo farem ricco e puro”.
Così parlò, re degli accentratori,
che fa de lo plural zoccolo duro.

“Prendiamci caffein, freniam gli ardori”
propose il fiorentin com’ultim mossa
dopo dichiarazion che parean cori

usciti de lo stadio e non da glossa,
all’altro, che del nulla è la riprova,
ché ha perso gran vantaggio senza mossa.

Sperando sta, che quell’esposto muova
coscienza popolar contr’a ingiustizia
quand’anch’egli figlio è di quella cova

che fa uso del giornal con gran perizia.
Votante andrò, a lo seggio paesano,
registrommi prima che la notizia

del voto al ballottaggio fosse arcano
e che tale argomento diventasse
materia di dibattito sì vano.

Concordo con voi, sì: mejo sparasse.

Accadimento giudiziario

“Ehi, hai sentito? Quel criminale, imbroglione e assassino di Salvatore Parolisi è stato finalmente condannato all’ergastolo!” “Tsè…”

Berlusconi condannato a 4 anni per frode: aveva dichiarato che si ritirava.

Berlusconi: “Mi ritiro, ma rimango a fianco dei più giovani che debbono giocare e fare gol”. “Non romperci il cazzo, papà!”.

Processo Mediaset, per Berlusconi 4 anni in primo grado. Cioè quelli che ci vorranno per arrivare al secondo.

I giudici parlano di “evasione notevolissima”. Incredibile, vedono già il futuro!

Più nello specifico, De Pasquale parla di “circa 3mila film Mediaset, ognuno dei quali aveva 4 passaggi commerciali”. Ma in prima serata almeno una quindicina.

De Pasquale: “Ci sono le impronte di Silvio Berlusconi sui soldi”. Tutti.

(C’è persino chi ha visto nella condanna di Berlusconi il trionfo della legge. Delle probabilità)

Alfano: “È una condanna incomprensibile”. E oltretutto perpetuata per 18 anni.

Berlusconi torna a parlare e lo fa con a fianco il suo avvocato Ghedini. Che avrei di gran lunga preferito veder seduto di fronte.

Berlusconi: “Mi sento obbligato a restare in campo dopo questa sentenza”. Sa di aver riconquistato la fiducia del suo elettorato.

(Berlusconi ha comunque dichiarato che non si candiderà alla primarie del Pdl. Fugati quindi tutti i dubbi sul nome del nuovo candidato premier)

Berlusconi: “Sulla mia innocenza ci sono molte prove di cui due assolutamente inoppugnabili”. Indifendibile, invece, Rete 4.

“Vengo presentato come un individuo con una particolare capacità naturale a delinquere” ha aggiunto Berlusconi alla voce Conoscenze e competenze personali.

Berlusconi: “Si deve poter tornare a usare il telefono”. Come agli inizi, collegandolo a un detonatore.

“Sono uno dei primissimi contribuenti italiani”. Alle Cayman.

“Gli italiani sono spaventati da questo sistema violento di trattamento dei contribuenti”. Quindi non stupitevi se cercano rifugio a San Marino.

“I sorrisi della Merkel e di Sarkozy sono un tentativo di assassinio”. Dev’essere la quindicesima stazione.

“Se c’è qualcuno che non si è mai occupato di televisione quello sono io”. Aveva già provveduto Mammì.

Comunque, al di là di tutto, un merito a Berlusconi va riconosciuto. In 2 giorni, ha realizzato più punti del proprio programma che negli ultimi 18 anni: ha permesso che si stanassero 120 miliardi di lire di evasione fiscale e ha creato 1 nuovo posto di lavoro.

Disoccupatino

Qualcuno si sarà chiesto il motivo per cui sono quasi due mesi che non scrivo post. Ecco, anche quei pochi pezzenti che non l’hanno fatto, grazie a questo astutissimo attacco, adesso muoiono dalla voglia di saperlo. Ma è proprio per colpa del gesto di una sparuta minoranza di stolti che ci andrete di mezzo tutti e che non ve lo dirò.

No, a parte gli scherzi, sono stato impegnatissimo: ho provato tutti i giorni a andare a darmi fuoco davanti al Parlamento, al Quirinale o a una qualsiasi sede dell’Agenzia delle Entrate per protestare contro la mia condizione lavorativa, ma niente. Ho sempre trovato occupato.

E poi, pensandoci, come avrei potuto fare a protestare contro la mia condizione lavorativa se io una condizione lavorativa manco ce l’ho? Mentre aspettavo pazientemente il mio turno di morire, ho tentato più volte di venire a capo della questione, senza mai riuscirci. E con che faccia mi sarei potuto presentare dinanzi al Creatore senza un alibi?

Insomma, alla fine ho deciso di lasciar perdere e di continuare da bravo disoccupatino a fare come tutti gli altri disoccupatini: inviare dozzine di curriculum.

Sono tempi durissimi, questi, per i curriculum. Neanche più la bella soddisfazione di un “le faremo sapere”, neanche più la vana speranza di finire sbrindellato in un grazioso tritacarte o di essere accartocciato dalle fini falangi di un selezionatore del personale o l’ebbrezza di essere rinfrescato da qualche spruzzo di pulivetro. Niente. Racchiuso in una frigida email e costretto in un pdf, il curriculum finisce dopo 30 secondi netti dall’invio nel cestino (quello di Outlook, s’intende) del destinatario, sempre che il destinatario si prenda la briga di scorrere con il cursore del mouse sull’infetto contenuto appena recapitatogli.

E allora, all’ennesimo curriculum vanamente inviato, mi sono deciso a rivederlo e aggiornarlo un po’: alla voce “Patente” ho scritto “sì, lo ammetto, patisco”.

Ho capito presto, però, che l’autocommiserazione non faceva altro che gonfiare l’ego del destinatario (oltre che accentuare l’autocommiserazione del mittente) e quindi ho cambiato strategia: via tutto, persino l’esperienza di bagnino sull’Amiata, sostituito dalla foto di una bella tettona. Così i selezionatori uomini mi scambieranno per un maniaco sessuale, adorandomi, e le selezionatrici donne mi scambieranno per un maniaco sessuale, adorandomi, ho pensato. Risultato? Un fallimento. Devo aver invertito le valutazioni sui due profili di selezionatore.

Colpo di genio: mi faccio scrivere una bella lettera di raccomandazione! Mi sono rivolto a un po’ di gente, ma nessuno si è mostrato disposto a tanto. Allora la lettera di raccomandazione me la sono fatta fare da mia nonna. Mi ci ha scritto “Non prendere freddo”.

Stato di profonda depressione. Il mio curriculum era così depresso che la mia faccia nella foto ha assunto le sembianze di quella di Marco Masini. Però pensate, calvo.

La disperazione è persino aumentata quando sono andato a compilare il curriculum in inglese. Alla voce riguardante il sesso sono stato costretto ad ammettere: “Male”.

E ancora adesso lo stato d’angoscia in cui vivo è logorante, così tanto che riesco a fare considerazioni sempre meno lucide e razionali riguardo alla mia situazione. Però qualcosa l’ho capito. Delle due l’una: o ho trovato tutti selezionatori del personale troppo choosy, o sono stato particolarmente sfortunato, o sono una merda.

E vi giuro che fino a cinque minuti fa, fino a tre ci sapevo contare.

La storia di Antonio

Ok, vi avverto, stavolta parliamo di cose serie. Di una storia che se non ti ci immedesimi sei un essere arido, insensibile, cattivo. Di una vicenda che ti tiene lì con l’occhio umido e la bocca spalancata, in preda a spasmi e in attesa di liberarti di un peso divenuto insopportabile. No, mi spiace deludervi, non parliamo del fastidiosissimo starnuto a metà. Ma di un’angoscia ben più profonda, talmente tanto che se ti fermi a osservarla ti vengono le vertigini. Parliamo della storia di Antonio, 4 anni (cerebrali), che ha sconfitto la stupida acne grazie a estenuanti cure a base di Topexan.

I più sensibili si commuoveranno di fronte alla foto di Antonio, i più altruisti la condivideranno sulle loro bacheche di Facebook, i più filantropi la ricopriranno di commenti zeppi di cuori, puntini di sospensione, vezzeggiativi e errori ortografici.

Perché Antonio ce l’ha fatta, ha sofferto, combattuto e vinto la battaglia contro l’acne. Antonio potrà tornare al rassicurante tran tran quotidiano, a picchiare selvaggiamente giornalisti, a sniffare bamba (e rischiare di rimanerci secco), a insultare presidenti, dirigenti e compagni, a stroncare bandierine dei calci d’angolo, a uccidere congiuntivi, a sperare che i froci in nazionale non ci sono, a dichiarare di essersi scopato dalle 600 alle 700 donne perché a sentir quel che si dice quei froci ci sono eccome e gli stanno più vicini di quanto voglia farci credere. Insomma, gioite gente, Antonio è risorto!

E’ chiaro che Antonio tornerà a vivere serenamente solo se tutti gli staranno vicino. A partire dai suoi genitori, che hanno deciso di immortalarlo nel momento della vittoria, con quel cartello tanto espressivo sulle cosce, e di diffondere la sua fotografia in rete. Per proseguire poi con chi rapito dalla bellezza di quell’immagine la diffonderà su Facebook a costo di mettere repentaglio la propria reputazione di pagina dedicata alle più invereconde cazzate. Per poi finire con voi utenti dal cuore d’oro, che certamente vi squaglierete di fronte allo schermo, capterete negli occhietti vispi di Antonio il senso della vita e che un dito lo muoverete, a vostro modo, picchiettandolo sulla testiera.

Perché è importante non arrendersi alle ingiustizie della vita e odiare chi se ne strafrega di certe malattie tanto gravi. E’ dai piccoli gesti quotidiani, da un mi piace su Facebook o da un tenero ♥ che nascono battaglie più importanti. Gli internauti più nobili non resteranno mai insensibili di fronte a certi argomenti, mai, neanche morti. Di cancro.
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Nota al moralista: a te che non sfugge proprio niente e che ti sei sorbito questo ripugnante post sarà chiaro che è ispirato alla storia di Asia, 4 anni, che oggi, 27 luglio 2012, ha fatto l’ultima chemio (non kemio, cazzo!) e ha sconfitto il cancro. Una storia che un mesetto fa ha commosso il mondo del web. Dal momento che dubito lo sia già, è bene ti sia chiaro l’enorme disprezzo che ho provato nei confronti dei genitori/paparazzi di Asia, nei confronti della pagina Facebook Mi Piace, che ha impunemente inserito la foto di Asia in mezzo a tette, culi e Justin Bieber all’unico scopo di farsi pubblicità, e nei confronti degli oltre 50 mila utenti che il mi piace sotto quella foto ce l’hanno messo e che l’hanno pure giustificato con un compassionevole commento. E’ necessario che ti sia altresì chiaro che la vittima di tale smisurata onda di affetto è proprio lei, la povera Asia, 4 anni, che oggi, 27 luglio 2012, ha fatto l’ultima chemio (non kemio, cazzo!) e ha sconfitto il cancro.

Un enorme ringraziamento va di diritto a Lughino, autore dello sfottomontaggio su Antonio Cassano e eccezionale vignettista e autore satirico. Lo trovate su Spinoza, Facebook, Twitter e a casa sua.

Un mondo libero

“Sì, sono stato io, sono stato io, IO!”. Ecco, vorrei un mondo così. Libero da falsità, ipocrisia, omertà, proibizionismo e bugie. Vorrei un mondo in cui ognuno si prende le responsabilità delle proprie azioni, e ne va fiero, e la smette di addossare colpe sugli altri, su gente che magari non ha neanche mai visto prima. Vorrei un mondo in cui tutti fossero sinceri, puri, orgogliosi e liberi di ammettere “sì, sono stato io, HO SCOREGGIATO IO!”.

Vi immaginate quanto sarebbe più elevato il tenore di vita degli esseri umani se tutti andassero fieri dei propri peti? E scoreggiassero convintamente, ardentemente, spassionatamente?

Ad esempio, non sareste costretti a stressare di continuo la vostra trachea con quegli orribili colpetti di tosse atti a mascherare la trombetta a cui date fiato più in basso. Oppure non sembrereste spesso dei goffi metronomi fuori sincro, perché la smettereste di far finta che, proprio quando siete seduti, vi serva ogni due minuti qualcosa dalla tasca posteriore dei jeans. E poi subito qualcosa dall’altra. Non amereste così tanto le discoteche e avreste molta meno paura di salire in ascensore. Ridurreste drasticamente le probabilità di contrarre un cancro ai polmoni dato che tutte le volte che siete in casa di ospiti evitereste di rifugiarvi sul balcone a spurgare la fagiolata adducendo come scusa la sigaretta. O non prendereste a testate chi vi si rivolge con un candido “ma figurati, puoi fumare anche in casa”. O ancora, non trascorreste le prime romantiche notti in compagnia del partner a divaricarvi le chiappe nel tentativo di renderle afone e quindi non dovreste mummificarvi con il lenzuolo nella vana speranza di scongiurare la fuoriuscita di gas. E guardate, potrei andare avanti per delle ore! Ma che cazzo, volete ficcarvelo in testa che è la scoreggia il sapore della vita?

Anche Benigni, tanti anni fa, ha provato a perorare una simile nobil causa, salvo poi iniziare ad occuparsi di robe tipo Olocausto, Divina Commedia e Berlusconi di cui si sa, non frega un cazzo a nessuno. E voi, giustizialisti del quartierino, pacifisti della domenica, libertari di ‘sta ceppa, siate coerenti alle vostre idee una santa volta, sostenete il mio credo, unitevi al grido “scoreggia libera per un mondo libero”. Smettetela di seminare in giro scie anonime che poi va a finire è stato il malcapitato di turno. Il vostro meteorismo non può essere un bene comune.  E’ solo vostro, punto. E poi, finitela di usare la scoreggia come arma batteriologica e di piazzarla lì, alle spalle del vostro nemico, per poi squagliarvela un istante prima che la pestilenza si propaghi. Sapete quante reputazioni rovinate, carriere stroncate, casi diplomatici e conflitti armati avete sulla coscienza? Migliaia! Vergogna!

Oh, ecco, mi sono sfogato, ora mi sento decisamente più leggero. Anche se è meglio se cambio stanza.

Coppie squilibrate

Ho da sempre una passione sfrenata per le coppie squilibrate. Tutte le volte che ne incontro una le mie attenzioni si concentrano esclusivamente lì, nel tentativo di spiegarmi chi o che cosa abbia costretto una femmina e un maschio tanto diversi a formare un duo.

Certo, capisco che il canuto fascino di Flavio Briatore finisca per ammaliare qualsiasi giovane gentil pulzella, ma io non ho certo l’abitudine di girare per yatch o paddock, e le mie coppie squilibrate preferite sono quelle in cui, oltre che ad evidenti disparità estetiche, vi sono incolmabili incompatibilità culturali, d’intelletto e di vedute. Se poi a giocare il ruolo di parte lesa (soprattutto cerebralmente) è l’uomo, beh, apoteosi.

Ieri ero in metro, si siede di fronte a me una ragazza molto bella, sulla ventina, orecchio appiccicato allo smartphone e aria visibilmente scocciata. Capisco fin dalle prime battute che è al telefono col fidanzato e che lei è quella figa e lui quello sfigato. Drizzo le antenne, assisto solo alla mia metà di conversazione e per di più in inglese, ma sono quasi certo che sia andata così…

“Ehi, ciao, sono io.”

“Sì, anch’io.”

“Guarda che sono stanca morta, sono appena uscita e ho avuto una giornata terribile a lavoro. Tu?”

“Beh, non ho un lavoro.”

“Certo, lo so, non c’è bisogno che me lo ricordi tutte le volte. Intendevo, tutto a posto?”

“Sì, tutto a posto, ho ordinato le polo nell’armadio in perfetta scala cromatica, anche se quella a scacchi marroni e verdi mi ha messo veramente in difficoltà.”

“Ma tu non hai una polo a scacchi marroni e verdi!”

“Da oggi sì. L’hanno regalata a mio nonno, ma a lui sembrava poco giovanile, quindi…”

“Quindi non ti azzardare ad uscire insieme a me con addosso quell’obrobrio.”

“No no, scherzi?, non sarebbe prudente caricarmi sulle spalle il nonno, con tutti gli acciacchi che ha!”

“Guarda che io sono seriamente preoccupata…”

“Dai, sì lo so, ma tranquilla, il nonno è in forma, oggi me le ha suonate a Scarabeo.”

“Sono seriamente preoccupata per te! PER NOI!””

“Ah, se è per la polo, anche se l’ho presa senza che la mia mamma fosse lì a scegliermela, ti giuro che è figa. Vieni a vederla?”

“T’ho detto che sono stanca, non vedo l’ora di tornarmene a casa, levarmi di dosso questi vestiti, farmi una bella doccia tiepida…”

“Sicura siano passate tre ore da quando hai mangiato?”

“E soprattutto ho voglia di rinchiudermi in camera mia, di rifugiarmi nel mio fantastico mondo, tutta sola, al buio, solo una luce soffusa in un angolo, sono eccitata al solo pensiero e solo tu potresti completare questa libidine. Mi raggiungi?”

“Guarda che ci si può giocare anche online a Diablo 3.”

“Prendimi!, ti voglio!”

“Eh, ma deciditi.”

(Silenzio)

“Ehi, ci sei?, va bene, ok, ho capito, facciamo Assassin’s Creed?”

“E allora sei proprio un fallito, un deficiente, un DECEREBRATO!, basta, per me è finita, capisci cosa ho detto?, FI-NI-TA, e anzi, dato che questa è l’ultima volta in cui avrò a che fare con te, te lo voglio proprio confessare. Tradirti è stata la scelta più azzeccata della mia vita!”

“No, no, questo proprio non me lo dovevi fare, la nuova interfaccia di Windows 8 fa schifo!”

TU-TU-TU-TU-TU…

E’ il Giorno dell’Indipendenza

Sveglia ore 5:30, non c’è tempo da perdere. Ce ne sono a migliaia di famiglie americane come la nostra che vogliono fregarci il posto in prima fila all’evento dell’anno, al compleanno della nostra gloriosa Patria. E allora sbrighiamoci a rastrellare casa in cerca di tutto ciò che è a stelle e strisce e carichiamolo in macchina. I festoni, le bandiere, le sedie, le bandane, i cappelli, i calzoni, le t-shirt, i figli e la suocera a stelle e strisce ci sono, insieme a una tenda da campeggio che contenga il tutto. E poi otto borse frigo satolle di calorie, e giocattoli per i bambini, casse stereo da rave, iBook, iPod, iPad e iPresotutto? Fa niente, che tanto il resto lo compriamo là. Su, che è tardi.

Per la strada c’è un traffico che neanche sul tratto Roncobilaccio-Barberino del Mugello in entrambi i sensi di marcia (sì, persino negli States ce n’è giunta voce). Tre ore di macchina col condizionatore fisso a 32 gradi (Fahrenheit eh!) e siamo arrivati. C’è un parcheggio: 45 dollari l’ora. Ottimo, fanno anche gli sconti oggi!

L’obiettivo è lo stesso da ormai 19 anni di onorato servizio alla Nazione: il grande palco, al centro del grande parco, nel cuore della grande città. Da lì si vede benissimo il concerto e quei bei musicisti dall’uniforme bianca che agitano in maniera impercettibile solo i muscoli che gli servono a dar voce ai loro strumenti ti sembra di toccarli. Da lì il nostro inno si canta meglio, con la mano sul cuore e lo sguardo a favore di telecamera. Da lì la pioggia di coriandoli bianchi, rossi e blu che fanno cadere alla fine è più intensa, più vera.

Evvai! Ce l’abbiamo fatta anche stavolta. Abbiamo il nostro posto davanti a tutti, siamo stati i più veloci, i più scaltri, i migliori. I primi. Tutta esperienza questa, gente. Ora c’è da montare la tenda. E voi turisti, laggiù, che mi guardate con quell’aria ammirata mentre la sistemo, no, non vi sbagliate, è veramente 10 metri per 12, pensate, l’ho presa due anni fa da un tale con un sottanone dorato, i Ray-Ban scuri e un sacco di mostrine indosso che se non ricordo male si chiamava… sì, ecco, si chiamava Muammar. Brava persona, spero si stia mantenendo vivo.

Vabbè, insomma, la tenda di Muammar ora va arredata con tutto l’oggettame che ci siamo portati dietro. E poi va creato un recinto per i bambini, la veranda all’ingresso per la suocera, l’angolo cottura per la moglie e la zona notte, un po’ più in là. Sì perché un po’ di riposo ci vuole. C’è da farsi trovare belli carichi, sorridenti e orgogliosi domani l’altro. C’è il concerto e l’inno e la pioggia domani l’altro. Domani l’altro è il 4 di luglio, è il Giorno dell’Indipendenza.

Se fossi meno disordinato

Vivere da solo, per la prima volta, mi ha fatto capire un sacco di cose. In primis, che sono molto, ma molto più disordinato di quanto io stesso pensassi (sì mamma, hai sempre avuto ragione, ma ora non te la tirare troppo però eh!). In realtà, se fossi meno disordinato…

  1. Perderei meno tempo, tipo quello che sto impiegando a scrivere questo post.
  2. Non mi sentirei in completa pace con il mondo quando uso il mio letto come vuotatasche.
  3. E, successivamente, il pavimento come mensola.
  4. Al risveglio, non mi assassinerei le piante dei piedi.
  5. Non avrei frantumato il mio specchietto da viaggio con un calcagno, non cadrei in lunga disgrazia e non sarei costretto a usare la videocamera dell’iPhone per pettinarmi al mattino.
  6. Soprattutto, non rischierei il suicidio il giorno in cui l’iPhone farà la stessa fine dello specchietto da viaggio.
  7. Non avrei bisogno di trasformarmi in un segugio tutte le volte che cerco di capire qual è tra i due che ho in mano il paio di mutande pulito.
  8. Non lancerei un’ultima occhiata al letto prima di uscire pensando Vabbè, tanto vale che lo lasci così, stasera per dormirci dovrei comunque ridisfarlo.
  9. Eviterei di andare a lavoro con un calzino blu e uno nero (a mia discolpa, devo dire che quelli ho serie difficoltà a distinguerli anche dentro al negozio di intimo. Che cazzo, io per blu intendo una roba così, non una così!).
  10. Eviterei di tornare a lavoro con un calzino blu e uno nero, perché ormai li ho spaiati e devo usare anche gli altri due ché se aspetto di fare la prossima lavatrice degli scuri per riaccoppiarli va a finire che mi scordo di averli spaiati e li indosserò spaiati in eterno (il mio è un disordine comunque razionale).
  11. Metterei la chiave di casa sempre nella stessa tasca, così da non sembrare un voyeur o un maniaco a chi mi vede sostare per lunghissimi minuti di fronte alla porta a vetri dell’ingresso a ravanarmi nei calzoni.
  12. Non ammasserei i panni asciutti da una settimana in un angolo della camera per far spazio sullo stendino a quelli appena lavati.
  13. Non perfezionerei il mio stile Fosbury ogni volta che devo raggiungere il letto e scavalcare il suddetto stracolmo stendino.
  14.  Non sarei costretto a usare la scusa dell’“Eh, sì, è un casino, ma non c’ho avuto tempo” quando la porta della mia camera è aperta.
  15. Serrerei sempre la porta della mia camera.
  16. Scriverei una lista della spesa prima di andare al supermercato.
  17. Non berrei il latte al sentore di ricotta del mio coinquilino perché il latte a colazione è irrinunciabile e il mio latte me lo sono scordato al supermercato.
  18. Non rischierei di far cadere e rompere la bottiglia di latte che mi sono ricordato di comprare ogni volta che aprendo il frigorifero infrango l’equilibrio termodinamico che si è creato tra lo sportello e l’ultimo oggetto che ho cacciato a forza nel mio ripiano, la bottiglia di latte appunto.
  19. Non sarei costretto a prendere tre giorni di ferie prima che la mia ragazza venga a trovarmi (sì, quando risulti loro uno zinzinnino disordinato le donne tendono a fartelo notare, sotto forma di ricatto).
  20. Riuscirei a trovare il caricabatterie del mio portatile e potrei anche finire di scr

Glitter

A fine serata mi ritrovo in testa una coppola di paillette sbrilluccicanti. Non ricordo bene come ci sia finita né chi sia il proprietario. Fa schifo, ma la lascio lì, fa parte del rito.

Il barbecue. Un rito tutto americano che ha regole non scritte ma ben precise. L’annuale iniziazione coincide con l’ultimo week end di maggio, detto Memorial Day. Poi si celebra con cadenza domenicale e la data in cui fissare la cerimonia di chiusura di questa grande olimpiade della mascella è a completa discrezione degli adepti. Spesso, però, coincide con il penultimo week end di maggio.

Non chiedetemi perché, ma una domenica invitano anche me ad assistere al rito. Ci vado, certo, ma non prima di essere passato a comprare il mio dono propiziatorio. Una bottiglia di vino rosso (della California eh!).

Avete presente la scena classica da telefilm americano in cui nel giardino all’americana leggermente reclinato e senza staccionata i padri americani bardati neanche fossero palombari attizzano brace avvolti da colonne di fumo grigie? Ecco, scordatevela. Palazzone a sette piani, parcheggio di cemento sul retro, zero verde, tutti gli inquilini disposti in semicerchio e ognuno trincerato dietro la propria postazione di cottura. Il fumo però c’è, insieme a decine di invitati di tutti i tipi, colori, usi e costumi.

Qui si sfornano popcorn variamente aromatizzati a quelchemicicascasopra, di qua dolci di ogni tipo, che a guardare come fanno loro se li mangi insieme ai popcorn al sapore di mare sono molto più buoni, quaggiù in fondo si arrostisce sulla brace. “Buoni, cosa sono questi?”, “Involtini di carne, li ho presi dall’indiano”, “Mmmhh, e questi?”,“Spicchi di ananas, e qui sotto ci sono delle melanzane, o forse è banana?”, “Ah, e queste?”, “Sì, queste sono le mie ciabatte, avevo freddo ai piedi”.

Bevo, per dimenticare cosa ho mangiato, e tutto diventa più chiaro. Entro nel loro magico mondo, sgranocchio un lecca lecca alla cioccolata accompagnandolo con del wasabi e indosso tutta la collezione primavera/estate di cappelli glitter moda kitsh che mi costringono a indossare. Gli aromi fruttati del narghilè che hanno appiccato nell’angolo si mescolano al sapore denso di un sigaro alla vaniglia. Poi un’altra birra, per digerire. Alla fine a casa ci torno, ma è l’ultima cosa che avrei voluto fare.

Forza Italia

Dicesi tifo quel processo socio-aggregativo di matrice irrazionale che interessa tutti gli esseri umani del pianeta Terra. Si sviluppa in età neonatale e una volta che il meccanismo di imprinting con i giusti colori ha avuto luogo tornare indietro è impossibile. Non ci sono Moggi, Masiello, Gheddafi Junior o Capezzone che tengano. Non esistono cattivo esempio, ritegno o vergogna. Ti seguirà ovunque, per sempre, come un disturbo compulsivo ti costringerà a odiare i colori degli altri e a ritrovarti abbracciato a perfetti sconosciuti, ma colorati come te.

Lo sconosciuto in questione è proprio perfetto: non so come si chiama, non so da dove viene, non so che ci faccia qua. Però ha una maglietta azzurra indosso. E quando Pirlo ti fa una giocata come quella e Di Natale te la infila precisa all’angolino beh, ti abbracceresti pure Borghezio tanta è la gioia di ritrovarti accanto qualcuno che condivide la tua stessa irrefrenabile passione per il tricolore.

Anch’io ho la mia maglietta azzurra addosso. Sarà di dieci anni fa, forse qualcuno se la ricorda: Federazione Italiana Giuoco Calcio sul cuore, la scritta ITALIA di dietro, all’altezza del culo, a completare la metafora. La indosso fiero, tronfio, a petto in fuori, raggiungo a piedi il bar dove danno la partita e lungo il tragitto incrocio il nemico, quello con la maglietta rossa, quello che solo per aver osato attraversare il mio campo visivo gli darei la pena di morte.

Ma per fortuna non esiste più, non siamo mica nel medioevo, fiu.

Avvicino il bastardo, “oggi vi facciamo un culo così”, “guarda che siamo noi i campioni del mondo”, “ehi, bello, le vedi le tre stellette qui?, ecco, tieni conto che ne manca anche una”, “ah, e anche d’Europa”, “sì, sì, sfotti, finirete come la Grecia, che neanche con quei mentecatti dei polacchi è riuscita a vincere”, “ti dice qualcosa la parola tasso di disoccupazione?, voi siete a mala pena al 10, noi a più del 20, vi massacriamo, cazzoni”. Eh no eh, questa proprio no! Mi hai fatto proprio inc…

Ma per fortuna svolta al primo angolo e sparisce, che a momenti gli metto le mani addosso, fiu.

La partita scorre via velocissima, neanche il tempo di godermi l’abbraccio con il mio sconosciuto che già c’hanno rifatto gol. Me ne torno a casa pensando che mettere Giaccherini esterno in un centrocampo a cinque è stata una vera cazzata e che se proprio vuoi fare il fenomeno levalo subito dopo il gol e metti dentro Balzaretti che almeno ti copri, no? Ma con te, caro Prandelli, facciamo i conti più tardi. Qui c’è un altro pezzente con la maglietta rossa che con quell’aria di sfida proprio a me non mi ci devi guardare, e si avvicina pure, ora ti sist… “Bella partita eh, complimenti, vedrai che ci ritroveremo in finale”.

Ma per fortuna non mi faccio fregare e alla parola “finale” mi do una rapida e energica strizzata ai genitali, fiu.

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