Straccameriggi

un blog sempre in ferie

Archivi per il mese di “maggio, 2012”

Call me Jack

Sono strani questi americani. Ti scrutano, si avvicinano, ti sorridono, ti attaccano bottone. Si accorgono subito che sei diverso da loro, ma gli piace.

“Hi, where do you come from?”

“Italy.”

“Oh, Italy, amazing! And what’s your name?”

“Jaopo.”

“What?”

“Jahopo.”

“Iaob?”

“Jacopo!”

“o__O”

“Ok, you can call me Jack!”

“Oh, Jack, (ma dillo subito no?), nice to meet you, Jack!”

Lo stesso teatrino è andato in scena anche quando ho conosciuto Farhan. Nonostante che Farhan sia un ragazzo di origini indiane, nato in Canada, trapiantato da queste parti, che abbia girato il mondo grazie al couchsurfing e che sia un tipo di ampie vedute, la sua faccia di fronte al nome Jacopo (o meglio, Jahopo, anzi, Jaopo) si è tramutata in una sfinge.“Ok, call me Jack” gli ha prontamente risposto l’ufficiale d’anagrafe che ormai mi ribattezza da giorni.

Non è stato affatto difficile per quel nuovo ma spaesato me entrare in confidenza con Farhan. Dopo due minuti che lo conoscevo mi aveva già invitato a uscire con lui e i suoi amici il venerdì successivo, ché il venerdì sera è pieno di gente in giro, ché vedrai che ci divertiamo, ché voi tre siete proprio dei tipi simpatici. Voi tre, sì. Perché ho iniziato ad avere una vita sociale in questo posto solo grazie all’amabile intercessione della mia coinquilina (italiana) e del suo fidanzato (italiano pure lui). Valeria, superesperta del luogo, e Rosario, neofita alla ribalta. Una bella coppia di istrionici e vulcanici comaschi che ho costretto a sperimentare anzitempo quanto la presenza di un figlio indesiderato che il buon senso ti obbliga a portarti dietro ovunque possa riuscire a frantumarti gli zebedei. E loro sempre carini, neanche mai un cenno di disappunto.

Alla fine venerdì sera usciamo, tutti insieme. Farhan ci presenta i suoi amici, un ragazzino dai tratti orientali con bandana e berretto dalla tesa che più tesa non si può e un ragazzone mulatto di quelli che Morgan Spurlock ha tentato dieci anni or sono ma invano di allontanare dai famelici McDonald’s & Co. Tutti insieme siamo accozzati talmente male che sembriamo la cover anni 2000 dei Village People. Quindi ci divertiamo parecchio. Pub, drink, discoteca, drink, a spasso, drink. A notte fonda tanta loquacità e una dose cospicua di tortillas e nachos s’impossessano delle nostre fauci. Parliamo di tutto, c’ingozziamo di tutto, diventiamo amici.

Talmente tanto amici che domenica mattina mi arriva questa email.

Hey Jack, I read about the earthquake in N. Italy – hope that any family and friends you guys may have in that area are safe.

Farhan

Ci rimango di stucco. E penso: sono proprio strani questi americani.

Rummeit

Rummeit. Il primo nuovo termine inglese che ho imparato qua. Niente a che vedere con il nettare ambrato che se accompagnato con succo di frutta alla pera può regalarti serate memorabili. Rummeit è la parola che è entrata per qualche giorno, senza chiedere il permesso, a occupare i miei fino ad allora rilassati incubi. Rummeit, sì, non roommate, perché l’eco strascicato e ondulante da film di paura mica si legge!

Immaginate una giornata di vento (sempre contrario) e pioggia (sempre a scroscio) e un posto bello grande che conoscete solo per sentito dire (parimenti all’idioma ivi parlato). Ecco, mettete al centro della scena un cretino senza un cellulare funzionante, senza uno straccio d’ombrello e con la cartina del luogo a farne le veci anziché ad assolvere la funzione per cui se l’era portata dietro, e il quadro è completo. L’agenda, ormai ridotta a cartapesta, è fitta di appuntamenti, incastrati l’uno dopo l’altro a forza di rispondere ad annunci di proprietari di case in cerca di room(stanza)mates(amici, compagni). Insomma, di coinquilini.

La metro mi dà una mano, scorrazzandomi ovunque. La nuova sim americana è la mia bussola (sia lodato Google Maps!). Per tre giorni mi trasformo in una trottola impazzita: giro in lungo e in largo la città, guardo una decina di appartamenti, conosco una decina di cercaroommates, piazzo una decina di sorrisoni a quanti più denti possibile. E preciso sempre che sono italiano. Perché gli italiani sono molto ben visti dai cercaroommates: persone pulite, educate, che tengono in ordine, che pagano regolarmente e soprattutto veramente, ma veramente bravi nel convincerti che tutto ciò sia vero.

Alla fine, dopo aver lottato contro la mia coscienza per scartare l’ipotesi sottounponte, trovo una sistemazione soddisfacente e all’imbrunire del quarto giorno mi trasferisco in un appartamento mal arredato, mal pulito e maleodorante, ma con delle bellissime nature morte attaccate alle pareti. Solo a una seconda più attenta occhiata scopro che è muffa. I roommates, gli altri, sono gentili con me, si dimostrano subito veramente amici e compagni di stanza. E il padrone di casa anche. E’ fatta! Pure la valigia, però, e l’oretta in cui gli altri sono a cena la trascorro a disfarla.

Verso le 11 la fame, quella vera, che per fortuna raramente mi è capitato di provare, mi assale. Ma non ho avuto tempo di fare la spesa e non ho niente da mangiare. Trascino la mia schiena sbriciolata fuori dalla camera e… l’El Dorado: un tegame con cinque polpette di carne e un pugno di patatine fritte abbandonato in mezzo ad un tavolo di piatti ormai prosciugati. Senza pensare, pesco una forchetta da un cassetto a caso e mi tuffo su polpette e patatine.

Un minuto più tardi mi sto già godendo la sigaretta del dopo cena, quando sbuca dal corridoio il padrone di casa. Faccia interrogativa, similincazzata, nessun cenno di amicizia o compagnia sul suo volto. Spengo immediatamente la sigaretta e, mentre cerco di non ridere immaginandomi il tizio che mi consegna il premio di antiroommate più veloce dell’anno, mi giustifico: “guarda, scusa, ho visto che prima anche tu fumavi, quindi mi sono permesso…”

“Non è un problema. Ma hai appena mangiato le polpette che avevo lasciato a mia figlia che sta arrivando!”

Distolgo lo sguardo, vedo là in fondo la giuria del premio, con tutti 10 alzati.

La sera successiva, preparo un’abbondante razione di pasta al pomodoro (siano lodate anche De Cecco e Barilla!) per tutti. E Oggi, a distanza di due settimane, abito ancora qui, a conferma del fatto che sì, gli italiani sono specialisti nell’arte del convincere.

Are you crazy?

È la prima volta in vita mia che mi faccio il corredo. No, certo, non sto per sposarmi, anche se a casa ho una schiera di nonne e zie sferruzzanti che non vedono l’ora di riempirmi di trine e merletti.

No, quella che voglio raccontare è una storiella simpatica, che trae origine dall’insana decisione di far scegliere a un manipolo di cattivi consiglieri di nome Svagatezza, Ansia e Squattrinataggine quale sarebbe stato l’alloggio in cui dover vivere nei prossimi tre mesi di America. Hanno insistito per venire con me dall’Italia, quei tre, e non ne azzeccano una. Mica c’hanno pensato ‘sti deficienti a controllare che le due, sì ben due, finestre del loculo che sarebbe diventato la mia camera avessero persiane, tapparelle o qualsivoglia meccanismo oscurante anti accecamento (e conseguente snocciolamento di ossequi) mattutino. Né tantomeno a accertarsi che il letto non fosse completamente spoglio di cuscini, lenzuola e coperte o l’armadio di grucce e ripiani. Niente. Hanno lasciato che fossi io la mattina seguente a constatare quanto le prime luci dell’alba possano rivelarsi fastidiose se non sei reduce da una serata di bagordi, quanto Linus fosse previdente a portarsi sempre dietro quella sua copertina e come lo zaino-cuscino possa rendere le sembianze del tuo volto al risveglio incredibilmente simili a quelle di Ribéry. Insomma, piccolo Frank, qui c’è da farsi il corredo!

Metropolitana, big store, ecco, sì, allora, i cuscini. Li vendono solo a coppia, ne userò uno come orsacchiotto. Le grucce, tante, ci metto tutto, non ho i ripiani. Tende da doccia nere, per le finestre andranno benissimo. Lenzuola e coperte, vanno a misure: twin size, full size, queen size, king size. Mah, sono un pessimo giocatore di poker. E ho un semplicissimo letto. Mi butto: full! L’ho sempre considerato un buon punto. Pago con carta di credito (108,37 $, azz!), esco e torno a casa. Vedo il loculo trasformarsi sotto i miei occhi mentre dispongo tutti gli abiti alle grucce, monto le tende, infilo i cuscini nelle federe. Adesso somiglia a una camera, manca solo da sistemare il letto. Spiego copriletto, lenzuola e coperta, panico: SONO PICCOLI! Il mio letto ha una scala servita. Ho perso. La stanchezza mi impedisce di prendermela con me stesso (e soprattutto con quei tre stronzi che m’hanno scelto la stanza) e i cuscini mi consentiranno comunque di evitare di trovarmi di nuovo davanti allo specchio Ribéry di prima mattina. Ma domani devo tornare al big store, che ho speso un botto e ho letto che la roba te la cambiano.

L’indomani vado. Scelgo lenzuola e coperte nuovi (ho scoperto dal padrone di casa che il mio letto è un queen, e un po’ mi preoccupa pensare di dover dormire con Freddie Mercury) e mi presento alla cassa. Strascico un inglese stentato.

Io: “Salve, vorrei darvi indietro questi che ho preso ieri e comprare questi altri.”

Cassiera: “Ok, costano di più, sono più grandi. Mi dia la carta di credito.”

Io: “No, guardi, vorrei solo cambiare questi con questi, se possibile, poi la differenza ve la do in contanti.”

Cassiera: “Va bene, mi dia la carta di credito.”

Io: “Ma non li devo pagare, ho solo da darvi la differenza, ho letto lì che cambiate le cose, ho lo scontrino di ieri, la vede la data?, le giuro che non li ho usati!”

Cassiera: “I need your credit card!”

(Silenzio, rassegnazione, sconfitta)

Le allungo la carta di credito.

Cassiera: “Le accredito i soldi che ha speso ieri e poi mi paga la nuova merce.”

Io: “Ahhh, wow, è che sono italiano e in Italia le cose, a volte, te le cambiano, ma senza ridarti indietro i soldi, cioè, funziona proprio in maniera diversa, ormai i soldi li hai spesi e se li tengono, puoi solo cambiare le tue cose con altre cose di quel negozio…”

Cassiera: “Are you crazy?”

No. Sono quei tre incoscienti che mi son portato dietro dall’Italia a avermi fatto impazzire!

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