Straccameriggi

un blog sempre in ferie

Archivi per il mese di “giugno, 2012”

Se fossi meno disordinato

Vivere da solo, per la prima volta, mi ha fatto capire un sacco di cose. In primis, che sono molto, ma molto più disordinato di quanto io stesso pensassi (sì mamma, hai sempre avuto ragione, ma ora non te la tirare troppo però eh!). In realtà, se fossi meno disordinato…

  1. Perderei meno tempo, tipo quello che sto impiegando a scrivere questo post.
  2. Non mi sentirei in completa pace con il mondo quando uso il mio letto come vuotatasche.
  3. E, successivamente, il pavimento come mensola.
  4. Al risveglio, non mi assassinerei le piante dei piedi.
  5. Non avrei frantumato il mio specchietto da viaggio con un calcagno, non cadrei in lunga disgrazia e non sarei costretto a usare la videocamera dell’iPhone per pettinarmi al mattino.
  6. Soprattutto, non rischierei il suicidio il giorno in cui l’iPhone farà la stessa fine dello specchietto da viaggio.
  7. Non avrei bisogno di trasformarmi in un segugio tutte le volte che cerco di capire qual è tra i due che ho in mano il paio di mutande pulito.
  8. Non lancerei un’ultima occhiata al letto prima di uscire pensando Vabbè, tanto vale che lo lasci così, stasera per dormirci dovrei comunque ridisfarlo.
  9. Eviterei di andare a lavoro con un calzino blu e uno nero (a mia discolpa, devo dire che quelli ho serie difficoltà a distinguerli anche dentro al negozio di intimo. Che cazzo, io per blu intendo una roba così, non una così!).
  10. Eviterei di tornare a lavoro con un calzino blu e uno nero, perché ormai li ho spaiati e devo usare anche gli altri due ché se aspetto di fare la prossima lavatrice degli scuri per riaccoppiarli va a finire che mi scordo di averli spaiati e li indosserò spaiati in eterno (il mio è un disordine comunque razionale).
  11. Metterei la chiave di casa sempre nella stessa tasca, così da non sembrare un voyeur o un maniaco a chi mi vede sostare per lunghissimi minuti di fronte alla porta a vetri dell’ingresso a ravanarmi nei calzoni.
  12. Non ammasserei i panni asciutti da una settimana in un angolo della camera per far spazio sullo stendino a quelli appena lavati.
  13. Non perfezionerei il mio stile Fosbury ogni volta che devo raggiungere il letto e scavalcare il suddetto stracolmo stendino.
  14.  Non sarei costretto a usare la scusa dell’“Eh, sì, è un casino, ma non c’ho avuto tempo” quando la porta della mia camera è aperta.
  15. Serrerei sempre la porta della mia camera.
  16. Scriverei una lista della spesa prima di andare al supermercato.
  17. Non berrei il latte al sentore di ricotta del mio coinquilino perché il latte a colazione è irrinunciabile e il mio latte me lo sono scordato al supermercato.
  18. Non rischierei di far cadere e rompere la bottiglia di latte che mi sono ricordato di comprare ogni volta che aprendo il frigorifero infrango l’equilibrio termodinamico che si è creato tra lo sportello e l’ultimo oggetto che ho cacciato a forza nel mio ripiano, la bottiglia di latte appunto.
  19. Non sarei costretto a prendere tre giorni di ferie prima che la mia ragazza venga a trovarmi (sì, quando risulti loro uno zinzinnino disordinato le donne tendono a fartelo notare, sotto forma di ricatto).
  20. Riuscirei a trovare il caricabatterie del mio portatile e potrei anche finire di scr
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Glitter

A fine serata mi ritrovo in testa una coppola di paillette sbrilluccicanti. Non ricordo bene come ci sia finita né chi sia il proprietario. Fa schifo, ma la lascio lì, fa parte del rito.

Il barbecue. Un rito tutto americano che ha regole non scritte ma ben precise. L’annuale iniziazione coincide con l’ultimo week end di maggio, detto Memorial Day. Poi si celebra con cadenza domenicale e la data in cui fissare la cerimonia di chiusura di questa grande olimpiade della mascella è a completa discrezione degli adepti. Spesso, però, coincide con il penultimo week end di maggio.

Non chiedetemi perché, ma una domenica invitano anche me ad assistere al rito. Ci vado, certo, ma non prima di essere passato a comprare il mio dono propiziatorio. Una bottiglia di vino rosso (della California eh!).

Avete presente la scena classica da telefilm americano in cui nel giardino all’americana leggermente reclinato e senza staccionata i padri americani bardati neanche fossero palombari attizzano brace avvolti da colonne di fumo grigie? Ecco, scordatevela. Palazzone a sette piani, parcheggio di cemento sul retro, zero verde, tutti gli inquilini disposti in semicerchio e ognuno trincerato dietro la propria postazione di cottura. Il fumo però c’è, insieme a decine di invitati di tutti i tipi, colori, usi e costumi.

Qui si sfornano popcorn variamente aromatizzati a quelchemicicascasopra, di qua dolci di ogni tipo, che a guardare come fanno loro se li mangi insieme ai popcorn al sapore di mare sono molto più buoni, quaggiù in fondo si arrostisce sulla brace. “Buoni, cosa sono questi?”, “Involtini di carne, li ho presi dall’indiano”, “Mmmhh, e questi?”,“Spicchi di ananas, e qui sotto ci sono delle melanzane, o forse è banana?”, “Ah, e queste?”, “Sì, queste sono le mie ciabatte, avevo freddo ai piedi”.

Bevo, per dimenticare cosa ho mangiato, e tutto diventa più chiaro. Entro nel loro magico mondo, sgranocchio un lecca lecca alla cioccolata accompagnandolo con del wasabi e indosso tutta la collezione primavera/estate di cappelli glitter moda kitsh che mi costringono a indossare. Gli aromi fruttati del narghilè che hanno appiccato nell’angolo si mescolano al sapore denso di un sigaro alla vaniglia. Poi un’altra birra, per digerire. Alla fine a casa ci torno, ma è l’ultima cosa che avrei voluto fare.

Forza Italia

Dicesi tifo quel processo socio-aggregativo di matrice irrazionale che interessa tutti gli esseri umani del pianeta Terra. Si sviluppa in età neonatale e una volta che il meccanismo di imprinting con i giusti colori ha avuto luogo tornare indietro è impossibile. Non ci sono Moggi, Masiello, Gheddafi Junior o Capezzone che tengano. Non esistono cattivo esempio, ritegno o vergogna. Ti seguirà ovunque, per sempre, come un disturbo compulsivo ti costringerà a odiare i colori degli altri e a ritrovarti abbracciato a perfetti sconosciuti, ma colorati come te.

Lo sconosciuto in questione è proprio perfetto: non so come si chiama, non so da dove viene, non so che ci faccia qua. Però ha una maglietta azzurra indosso. E quando Pirlo ti fa una giocata come quella e Di Natale te la infila precisa all’angolino beh, ti abbracceresti pure Borghezio tanta è la gioia di ritrovarti accanto qualcuno che condivide la tua stessa irrefrenabile passione per il tricolore.

Anch’io ho la mia maglietta azzurra addosso. Sarà di dieci anni fa, forse qualcuno se la ricorda: Federazione Italiana Giuoco Calcio sul cuore, la scritta ITALIA di dietro, all’altezza del culo, a completare la metafora. La indosso fiero, tronfio, a petto in fuori, raggiungo a piedi il bar dove danno la partita e lungo il tragitto incrocio il nemico, quello con la maglietta rossa, quello che solo per aver osato attraversare il mio campo visivo gli darei la pena di morte.

Ma per fortuna non esiste più, non siamo mica nel medioevo, fiu.

Avvicino il bastardo, “oggi vi facciamo un culo così”, “guarda che siamo noi i campioni del mondo”, “ehi, bello, le vedi le tre stellette qui?, ecco, tieni conto che ne manca anche una”, “ah, e anche d’Europa”, “sì, sì, sfotti, finirete come la Grecia, che neanche con quei mentecatti dei polacchi è riuscita a vincere”, “ti dice qualcosa la parola tasso di disoccupazione?, voi siete a mala pena al 10, noi a più del 20, vi massacriamo, cazzoni”. Eh no eh, questa proprio no! Mi hai fatto proprio inc…

Ma per fortuna svolta al primo angolo e sparisce, che a momenti gli metto le mani addosso, fiu.

La partita scorre via velocissima, neanche il tempo di godermi l’abbraccio con il mio sconosciuto che già c’hanno rifatto gol. Me ne torno a casa pensando che mettere Giaccherini esterno in un centrocampo a cinque è stata una vera cazzata e che se proprio vuoi fare il fenomeno levalo subito dopo il gol e metti dentro Balzaretti che almeno ti copri, no? Ma con te, caro Prandelli, facciamo i conti più tardi. Qui c’è un altro pezzente con la maglietta rossa che con quell’aria di sfida proprio a me non mi ci devi guardare, e si avvicina pure, ora ti sist… “Bella partita eh, complimenti, vedrai che ci ritroveremo in finale”.

Ma per fortuna non mi faccio fregare e alla parola “finale” mi do una rapida e energica strizzata ai genitali, fiu.

Times scare

“Tutti giù dall’autobus, veloci che riparte!”. Mi butto, odore inclassificabile, caldo appiccicoso, senso di nausea, brulichio di esseri umani, tutte le specie, Noè ha attraccato qui, agorafobia – BEEPVROOMBEEP -, un cinesino con appiccicata sulla t-shirt la scritta we buy gold and diamonds – compramos oro mi riversa addosso una lingua che non conosco, lo ignoro, proseguo, guardo il cielo, è assente, sudo – VROOOOMFWWD –, ETCHI, giro l’angolo, grattacieli, la vita è in verticale qui, plin, mi cade in testa una goccia, si amalgama a tutto il resto, chissà da dove veniva poi?, mi oriento a stento anche con la cartina – UEEEUEEEUEEE -, tutti corrono, loro sembrano sapere perché, plin, c’è una coda di gente laggiù, sarà uno dei musei che ho in mente di visitare, ah no è la fila per entrare da Abercrombie, “ALL PEOPLE CLOSE TO THE WALL! ALL PEOPLE CLOSE TO THE WALL!”, vai, c’è una bomba!, e invece stanno girando la scena di un film, Walter Mitty mi dicono, di Ben Stiller, plin, un ragazzo gay mezzo nudo si fa scattare foto in pose di dubbio gusto, tutti schiavi del mi piace, più in là un barbone, sguardo perso, abbandono, plin, un parco enorme, SDREN SDREN, chitarre, voci, capannelli di persone a chiudere il cerchio, plin, il cantante si avvicina per la questua, il cerchio si fa ellisse, KRA-KOOM, un tuono, SWOOSH, tutti al riparo, c’è un locale brasiliano, entro – NOSSA NOSSA ASSIM VOCE ME MATA –, caipirinha, a stomaco vuoto ma fa niente, qui c’è troppo casino per cenare, intanto fa buio, fuori tutto si riempie di luci, neon, strobo, su certi angoli della strada puoi persino abbronzarti, sono esausto, vado in ostello, check in, compilo il modulo, in caso di emergenza chiamare… un dottore, avrebbe scritto quel genio di Steven Wright, ascensore, nono piano, apro la porta di camera, VRRRRRRR, condizionatore anteguerra, niente, non c’è pace neanche qui dentro. Sul letto trovo una brochure, c’è scritto WELCOME TO NEW YORK CITY.

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