Straccameriggi

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Glitter

A fine serata mi ritrovo in testa una coppola di paillette sbrilluccicanti. Non ricordo bene come ci sia finita né chi sia il proprietario. Fa schifo, ma la lascio lì, fa parte del rito.

Il barbecue. Un rito tutto americano che ha regole non scritte ma ben precise. L’annuale iniziazione coincide con l’ultimo week end di maggio, detto Memorial Day. Poi si celebra con cadenza domenicale e la data in cui fissare la cerimonia di chiusura di questa grande olimpiade della mascella è a completa discrezione degli adepti. Spesso, però, coincide con il penultimo week end di maggio.

Non chiedetemi perché, ma una domenica invitano anche me ad assistere al rito. Ci vado, certo, ma non prima di essere passato a comprare il mio dono propiziatorio. Una bottiglia di vino rosso (della California eh!).

Avete presente la scena classica da telefilm americano in cui nel giardino all’americana leggermente reclinato e senza staccionata i padri americani bardati neanche fossero palombari attizzano brace avvolti da colonne di fumo grigie? Ecco, scordatevela. Palazzone a sette piani, parcheggio di cemento sul retro, zero verde, tutti gli inquilini disposti in semicerchio e ognuno trincerato dietro la propria postazione di cottura. Il fumo però c’è, insieme a decine di invitati di tutti i tipi, colori, usi e costumi.

Qui si sfornano popcorn variamente aromatizzati a quelchemicicascasopra, di qua dolci di ogni tipo, che a guardare come fanno loro se li mangi insieme ai popcorn al sapore di mare sono molto più buoni, quaggiù in fondo si arrostisce sulla brace. “Buoni, cosa sono questi?”, “Involtini di carne, li ho presi dall’indiano”, “Mmmhh, e questi?”,“Spicchi di ananas, e qui sotto ci sono delle melanzane, o forse è banana?”, “Ah, e queste?”, “Sì, queste sono le mie ciabatte, avevo freddo ai piedi”.

Bevo, per dimenticare cosa ho mangiato, e tutto diventa più chiaro. Entro nel loro magico mondo, sgranocchio un lecca lecca alla cioccolata accompagnandolo con del wasabi e indosso tutta la collezione primavera/estate di cappelli glitter moda kitsh che mi costringono a indossare. Gli aromi fruttati del narghilè che hanno appiccato nell’angolo si mescolano al sapore denso di un sigaro alla vaniglia. Poi un’altra birra, per digerire. Alla fine a casa ci torno, ma è l’ultima cosa che avrei voluto fare.

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