Straccameriggi

un blog sempre in ferie

Archivio per la categoria “Racconti semiseri”

Disoccupatino

Qualcuno si sarà chiesto il motivo per cui sono quasi due mesi che non scrivo post. Ecco, anche quei pochi pezzenti che non l’hanno fatto, grazie a questo astutissimo attacco, adesso muoiono dalla voglia di saperlo. Ma è proprio per colpa del gesto di una sparuta minoranza di stolti che ci andrete di mezzo tutti e che non ve lo dirò.

No, a parte gli scherzi, sono stato impegnatissimo: ho provato tutti i giorni a andare a darmi fuoco davanti al Parlamento, al Quirinale o a una qualsiasi sede dell’Agenzia delle Entrate per protestare contro la mia condizione lavorativa, ma niente. Ho sempre trovato occupato.

E poi, pensandoci, come avrei potuto fare a protestare contro la mia condizione lavorativa se io una condizione lavorativa manco ce l’ho? Mentre aspettavo pazientemente il mio turno di morire, ho tentato più volte di venire a capo della questione, senza mai riuscirci. E con che faccia mi sarei potuto presentare dinanzi al Creatore senza un alibi?

Insomma, alla fine ho deciso di lasciar perdere e di continuare da bravo disoccupatino a fare come tutti gli altri disoccupatini: inviare dozzine di curriculum.

Sono tempi durissimi, questi, per i curriculum. Neanche più la bella soddisfazione di un “le faremo sapere”, neanche più la vana speranza di finire sbrindellato in un grazioso tritacarte o di essere accartocciato dalle fini falangi di un selezionatore del personale o l’ebbrezza di essere rinfrescato da qualche spruzzo di pulivetro. Niente. Racchiuso in una frigida email e costretto in un pdf, il curriculum finisce dopo 30 secondi netti dall’invio nel cestino (quello di Outlook, s’intende) del destinatario, sempre che il destinatario si prenda la briga di scorrere con il cursore del mouse sull’infetto contenuto appena recapitatogli.

E allora, all’ennesimo curriculum vanamente inviato, mi sono deciso a rivederlo e aggiornarlo un po’: alla voce “Patente” ho scritto “sì, lo ammetto, patisco”.

Ho capito presto, però, che l’autocommiserazione non faceva altro che gonfiare l’ego del destinatario (oltre che accentuare l’autocommiserazione del mittente) e quindi ho cambiato strategia: via tutto, persino l’esperienza di bagnino sull’Amiata, sostituito dalla foto di una bella tettona. Così i selezionatori uomini mi scambieranno per un maniaco sessuale, adorandomi, e le selezionatrici donne mi scambieranno per un maniaco sessuale, adorandomi, ho pensato. Risultato? Un fallimento. Devo aver invertito le valutazioni sui due profili di selezionatore.

Colpo di genio: mi faccio scrivere una bella lettera di raccomandazione! Mi sono rivolto a un po’ di gente, ma nessuno si è mostrato disposto a tanto. Allora la lettera di raccomandazione me la sono fatta fare da mia nonna. Mi ci ha scritto “Non prendere freddo”.

Stato di profonda depressione. Il mio curriculum era così depresso che la mia faccia nella foto ha assunto le sembianze di quella di Marco Masini. Però pensate, calvo.

La disperazione è persino aumentata quando sono andato a compilare il curriculum in inglese. Alla voce riguardante il sesso sono stato costretto ad ammettere: “Male”.

E ancora adesso lo stato d’angoscia in cui vivo è logorante, così tanto che riesco a fare considerazioni sempre meno lucide e razionali riguardo alla mia situazione. Però qualcosa l’ho capito. Delle due l’una: o ho trovato tutti selezionatori del personale troppo choosy, o sono stato particolarmente sfortunato, o sono una merda.

E vi giuro che fino a cinque minuti fa, fino a tre ci sapevo contare.

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Coppie squilibrate

Ho da sempre una passione sfrenata per le coppie squilibrate. Tutte le volte che ne incontro una le mie attenzioni si concentrano esclusivamente lì, nel tentativo di spiegarmi chi o che cosa abbia costretto una femmina e un maschio tanto diversi a formare un duo.

Certo, capisco che il canuto fascino di Flavio Briatore finisca per ammaliare qualsiasi giovane gentil pulzella, ma io non ho certo l’abitudine di girare per yatch o paddock, e le mie coppie squilibrate preferite sono quelle in cui, oltre che ad evidenti disparità estetiche, vi sono incolmabili incompatibilità culturali, d’intelletto e di vedute. Se poi a giocare il ruolo di parte lesa (soprattutto cerebralmente) è l’uomo, beh, apoteosi.

Ieri ero in metro, si siede di fronte a me una ragazza molto bella, sulla ventina, orecchio appiccicato allo smartphone e aria visibilmente scocciata. Capisco fin dalle prime battute che è al telefono col fidanzato e che lei è quella figa e lui quello sfigato. Drizzo le antenne, assisto solo alla mia metà di conversazione e per di più in inglese, ma sono quasi certo che sia andata così…

“Ehi, ciao, sono io.”

“Sì, anch’io.”

“Guarda che sono stanca morta, sono appena uscita e ho avuto una giornata terribile a lavoro. Tu?”

“Beh, non ho un lavoro.”

“Certo, lo so, non c’è bisogno che me lo ricordi tutte le volte. Intendevo, tutto a posto?”

“Sì, tutto a posto, ho ordinato le polo nell’armadio in perfetta scala cromatica, anche se quella a scacchi marroni e verdi mi ha messo veramente in difficoltà.”

“Ma tu non hai una polo a scacchi marroni e verdi!”

“Da oggi sì. L’hanno regalata a mio nonno, ma a lui sembrava poco giovanile, quindi…”

“Quindi non ti azzardare ad uscire insieme a me con addosso quell’obrobrio.”

“No no, scherzi?, non sarebbe prudente caricarmi sulle spalle il nonno, con tutti gli acciacchi che ha!”

“Guarda che io sono seriamente preoccupata…”

“Dai, sì lo so, ma tranquilla, il nonno è in forma, oggi me le ha suonate a Scarabeo.”

“Sono seriamente preoccupata per te! PER NOI!””

“Ah, se è per la polo, anche se l’ho presa senza che la mia mamma fosse lì a scegliermela, ti giuro che è figa. Vieni a vederla?”

“T’ho detto che sono stanca, non vedo l’ora di tornarmene a casa, levarmi di dosso questi vestiti, farmi una bella doccia tiepida…”

“Sicura siano passate tre ore da quando hai mangiato?”

“E soprattutto ho voglia di rinchiudermi in camera mia, di rifugiarmi nel mio fantastico mondo, tutta sola, al buio, solo una luce soffusa in un angolo, sono eccitata al solo pensiero e solo tu potresti completare questa libidine. Mi raggiungi?”

“Guarda che ci si può giocare anche online a Diablo 3.”

“Prendimi!, ti voglio!”

“Eh, ma deciditi.”

(Silenzio)

“Ehi, ci sei?, va bene, ok, ho capito, facciamo Assassin’s Creed?”

“E allora sei proprio un fallito, un deficiente, un DECEREBRATO!, basta, per me è finita, capisci cosa ho detto?, FI-NI-TA, e anzi, dato che questa è l’ultima volta in cui avrò a che fare con te, te lo voglio proprio confessare. Tradirti è stata la scelta più azzeccata della mia vita!”

“No, no, questo proprio non me lo dovevi fare, la nuova interfaccia di Windows 8 fa schifo!”

TU-TU-TU-TU-TU…

E’ il Giorno dell’Indipendenza

Sveglia ore 5:30, non c’è tempo da perdere. Ce ne sono a migliaia di famiglie americane come la nostra che vogliono fregarci il posto in prima fila all’evento dell’anno, al compleanno della nostra gloriosa Patria. E allora sbrighiamoci a rastrellare casa in cerca di tutto ciò che è a stelle e strisce e carichiamolo in macchina. I festoni, le bandiere, le sedie, le bandane, i cappelli, i calzoni, le t-shirt, i figli e la suocera a stelle e strisce ci sono, insieme a una tenda da campeggio che contenga il tutto. E poi otto borse frigo satolle di calorie, e giocattoli per i bambini, casse stereo da rave, iBook, iPod, iPad e iPresotutto? Fa niente, che tanto il resto lo compriamo là. Su, che è tardi.

Per la strada c’è un traffico che neanche sul tratto Roncobilaccio-Barberino del Mugello in entrambi i sensi di marcia (sì, persino negli States ce n’è giunta voce). Tre ore di macchina col condizionatore fisso a 32 gradi (Fahrenheit eh!) e siamo arrivati. C’è un parcheggio: 45 dollari l’ora. Ottimo, fanno anche gli sconti oggi!

L’obiettivo è lo stesso da ormai 19 anni di onorato servizio alla Nazione: il grande palco, al centro del grande parco, nel cuore della grande città. Da lì si vede benissimo il concerto e quei bei musicisti dall’uniforme bianca che agitano in maniera impercettibile solo i muscoli che gli servono a dar voce ai loro strumenti ti sembra di toccarli. Da lì il nostro inno si canta meglio, con la mano sul cuore e lo sguardo a favore di telecamera. Da lì la pioggia di coriandoli bianchi, rossi e blu che fanno cadere alla fine è più intensa, più vera.

Evvai! Ce l’abbiamo fatta anche stavolta. Abbiamo il nostro posto davanti a tutti, siamo stati i più veloci, i più scaltri, i migliori. I primi. Tutta esperienza questa, gente. Ora c’è da montare la tenda. E voi turisti, laggiù, che mi guardate con quell’aria ammirata mentre la sistemo, no, non vi sbagliate, è veramente 10 metri per 12, pensate, l’ho presa due anni fa da un tale con un sottanone dorato, i Ray-Ban scuri e un sacco di mostrine indosso che se non ricordo male si chiamava… sì, ecco, si chiamava Muammar. Brava persona, spero si stia mantenendo vivo.

Vabbè, insomma, la tenda di Muammar ora va arredata con tutto l’oggettame che ci siamo portati dietro. E poi va creato un recinto per i bambini, la veranda all’ingresso per la suocera, l’angolo cottura per la moglie e la zona notte, un po’ più in là. Sì perché un po’ di riposo ci vuole. C’è da farsi trovare belli carichi, sorridenti e orgogliosi domani l’altro. C’è il concerto e l’inno e la pioggia domani l’altro. Domani l’altro è il 4 di luglio, è il Giorno dell’Indipendenza.

Se fossi meno disordinato

Vivere da solo, per la prima volta, mi ha fatto capire un sacco di cose. In primis, che sono molto, ma molto più disordinato di quanto io stesso pensassi (sì mamma, hai sempre avuto ragione, ma ora non te la tirare troppo però eh!). In realtà, se fossi meno disordinato…

  1. Perderei meno tempo, tipo quello che sto impiegando a scrivere questo post.
  2. Non mi sentirei in completa pace con il mondo quando uso il mio letto come vuotatasche.
  3. E, successivamente, il pavimento come mensola.
  4. Al risveglio, non mi assassinerei le piante dei piedi.
  5. Non avrei frantumato il mio specchietto da viaggio con un calcagno, non cadrei in lunga disgrazia e non sarei costretto a usare la videocamera dell’iPhone per pettinarmi al mattino.
  6. Soprattutto, non rischierei il suicidio il giorno in cui l’iPhone farà la stessa fine dello specchietto da viaggio.
  7. Non avrei bisogno di trasformarmi in un segugio tutte le volte che cerco di capire qual è tra i due che ho in mano il paio di mutande pulito.
  8. Non lancerei un’ultima occhiata al letto prima di uscire pensando Vabbè, tanto vale che lo lasci così, stasera per dormirci dovrei comunque ridisfarlo.
  9. Eviterei di andare a lavoro con un calzino blu e uno nero (a mia discolpa, devo dire che quelli ho serie difficoltà a distinguerli anche dentro al negozio di intimo. Che cazzo, io per blu intendo una roba così, non una così!).
  10. Eviterei di tornare a lavoro con un calzino blu e uno nero, perché ormai li ho spaiati e devo usare anche gli altri due ché se aspetto di fare la prossima lavatrice degli scuri per riaccoppiarli va a finire che mi scordo di averli spaiati e li indosserò spaiati in eterno (il mio è un disordine comunque razionale).
  11. Metterei la chiave di casa sempre nella stessa tasca, così da non sembrare un voyeur o un maniaco a chi mi vede sostare per lunghissimi minuti di fronte alla porta a vetri dell’ingresso a ravanarmi nei calzoni.
  12. Non ammasserei i panni asciutti da una settimana in un angolo della camera per far spazio sullo stendino a quelli appena lavati.
  13. Non perfezionerei il mio stile Fosbury ogni volta che devo raggiungere il letto e scavalcare il suddetto stracolmo stendino.
  14.  Non sarei costretto a usare la scusa dell’“Eh, sì, è un casino, ma non c’ho avuto tempo” quando la porta della mia camera è aperta.
  15. Serrerei sempre la porta della mia camera.
  16. Scriverei una lista della spesa prima di andare al supermercato.
  17. Non berrei il latte al sentore di ricotta del mio coinquilino perché il latte a colazione è irrinunciabile e il mio latte me lo sono scordato al supermercato.
  18. Non rischierei di far cadere e rompere la bottiglia di latte che mi sono ricordato di comprare ogni volta che aprendo il frigorifero infrango l’equilibrio termodinamico che si è creato tra lo sportello e l’ultimo oggetto che ho cacciato a forza nel mio ripiano, la bottiglia di latte appunto.
  19. Non sarei costretto a prendere tre giorni di ferie prima che la mia ragazza venga a trovarmi (sì, quando risulti loro uno zinzinnino disordinato le donne tendono a fartelo notare, sotto forma di ricatto).
  20. Riuscirei a trovare il caricabatterie del mio portatile e potrei anche finire di scr

Glitter

A fine serata mi ritrovo in testa una coppola di paillette sbrilluccicanti. Non ricordo bene come ci sia finita né chi sia il proprietario. Fa schifo, ma la lascio lì, fa parte del rito.

Il barbecue. Un rito tutto americano che ha regole non scritte ma ben precise. L’annuale iniziazione coincide con l’ultimo week end di maggio, detto Memorial Day. Poi si celebra con cadenza domenicale e la data in cui fissare la cerimonia di chiusura di questa grande olimpiade della mascella è a completa discrezione degli adepti. Spesso, però, coincide con il penultimo week end di maggio.

Non chiedetemi perché, ma una domenica invitano anche me ad assistere al rito. Ci vado, certo, ma non prima di essere passato a comprare il mio dono propiziatorio. Una bottiglia di vino rosso (della California eh!).

Avete presente la scena classica da telefilm americano in cui nel giardino all’americana leggermente reclinato e senza staccionata i padri americani bardati neanche fossero palombari attizzano brace avvolti da colonne di fumo grigie? Ecco, scordatevela. Palazzone a sette piani, parcheggio di cemento sul retro, zero verde, tutti gli inquilini disposti in semicerchio e ognuno trincerato dietro la propria postazione di cottura. Il fumo però c’è, insieme a decine di invitati di tutti i tipi, colori, usi e costumi.

Qui si sfornano popcorn variamente aromatizzati a quelchemicicascasopra, di qua dolci di ogni tipo, che a guardare come fanno loro se li mangi insieme ai popcorn al sapore di mare sono molto più buoni, quaggiù in fondo si arrostisce sulla brace. “Buoni, cosa sono questi?”, “Involtini di carne, li ho presi dall’indiano”, “Mmmhh, e questi?”,“Spicchi di ananas, e qui sotto ci sono delle melanzane, o forse è banana?”, “Ah, e queste?”, “Sì, queste sono le mie ciabatte, avevo freddo ai piedi”.

Bevo, per dimenticare cosa ho mangiato, e tutto diventa più chiaro. Entro nel loro magico mondo, sgranocchio un lecca lecca alla cioccolata accompagnandolo con del wasabi e indosso tutta la collezione primavera/estate di cappelli glitter moda kitsh che mi costringono a indossare. Gli aromi fruttati del narghilè che hanno appiccato nell’angolo si mescolano al sapore denso di un sigaro alla vaniglia. Poi un’altra birra, per digerire. Alla fine a casa ci torno, ma è l’ultima cosa che avrei voluto fare.

Forza Italia

Dicesi tifo quel processo socio-aggregativo di matrice irrazionale che interessa tutti gli esseri umani del pianeta Terra. Si sviluppa in età neonatale e una volta che il meccanismo di imprinting con i giusti colori ha avuto luogo tornare indietro è impossibile. Non ci sono Moggi, Masiello, Gheddafi Junior o Capezzone che tengano. Non esistono cattivo esempio, ritegno o vergogna. Ti seguirà ovunque, per sempre, come un disturbo compulsivo ti costringerà a odiare i colori degli altri e a ritrovarti abbracciato a perfetti sconosciuti, ma colorati come te.

Lo sconosciuto in questione è proprio perfetto: non so come si chiama, non so da dove viene, non so che ci faccia qua. Però ha una maglietta azzurra indosso. E quando Pirlo ti fa una giocata come quella e Di Natale te la infila precisa all’angolino beh, ti abbracceresti pure Borghezio tanta è la gioia di ritrovarti accanto qualcuno che condivide la tua stessa irrefrenabile passione per il tricolore.

Anch’io ho la mia maglietta azzurra addosso. Sarà di dieci anni fa, forse qualcuno se la ricorda: Federazione Italiana Giuoco Calcio sul cuore, la scritta ITALIA di dietro, all’altezza del culo, a completare la metafora. La indosso fiero, tronfio, a petto in fuori, raggiungo a piedi il bar dove danno la partita e lungo il tragitto incrocio il nemico, quello con la maglietta rossa, quello che solo per aver osato attraversare il mio campo visivo gli darei la pena di morte.

Ma per fortuna non esiste più, non siamo mica nel medioevo, fiu.

Avvicino il bastardo, “oggi vi facciamo un culo così”, “guarda che siamo noi i campioni del mondo”, “ehi, bello, le vedi le tre stellette qui?, ecco, tieni conto che ne manca anche una”, “ah, e anche d’Europa”, “sì, sì, sfotti, finirete come la Grecia, che neanche con quei mentecatti dei polacchi è riuscita a vincere”, “ti dice qualcosa la parola tasso di disoccupazione?, voi siete a mala pena al 10, noi a più del 20, vi massacriamo, cazzoni”. Eh no eh, questa proprio no! Mi hai fatto proprio inc…

Ma per fortuna svolta al primo angolo e sparisce, che a momenti gli metto le mani addosso, fiu.

La partita scorre via velocissima, neanche il tempo di godermi l’abbraccio con il mio sconosciuto che già c’hanno rifatto gol. Me ne torno a casa pensando che mettere Giaccherini esterno in un centrocampo a cinque è stata una vera cazzata e che se proprio vuoi fare il fenomeno levalo subito dopo il gol e metti dentro Balzaretti che almeno ti copri, no? Ma con te, caro Prandelli, facciamo i conti più tardi. Qui c’è un altro pezzente con la maglietta rossa che con quell’aria di sfida proprio a me non mi ci devi guardare, e si avvicina pure, ora ti sist… “Bella partita eh, complimenti, vedrai che ci ritroveremo in finale”.

Ma per fortuna non mi faccio fregare e alla parola “finale” mi do una rapida e energica strizzata ai genitali, fiu.

Times scare

“Tutti giù dall’autobus, veloci che riparte!”. Mi butto, odore inclassificabile, caldo appiccicoso, senso di nausea, brulichio di esseri umani, tutte le specie, Noè ha attraccato qui, agorafobia – BEEPVROOMBEEP -, un cinesino con appiccicata sulla t-shirt la scritta we buy gold and diamonds – compramos oro mi riversa addosso una lingua che non conosco, lo ignoro, proseguo, guardo il cielo, è assente, sudo – VROOOOMFWWD –, ETCHI, giro l’angolo, grattacieli, la vita è in verticale qui, plin, mi cade in testa una goccia, si amalgama a tutto il resto, chissà da dove veniva poi?, mi oriento a stento anche con la cartina – UEEEUEEEUEEE -, tutti corrono, loro sembrano sapere perché, plin, c’è una coda di gente laggiù, sarà uno dei musei che ho in mente di visitare, ah no è la fila per entrare da Abercrombie, “ALL PEOPLE CLOSE TO THE WALL! ALL PEOPLE CLOSE TO THE WALL!”, vai, c’è una bomba!, e invece stanno girando la scena di un film, Walter Mitty mi dicono, di Ben Stiller, plin, un ragazzo gay mezzo nudo si fa scattare foto in pose di dubbio gusto, tutti schiavi del mi piace, più in là un barbone, sguardo perso, abbandono, plin, un parco enorme, SDREN SDREN, chitarre, voci, capannelli di persone a chiudere il cerchio, plin, il cantante si avvicina per la questua, il cerchio si fa ellisse, KRA-KOOM, un tuono, SWOOSH, tutti al riparo, c’è un locale brasiliano, entro – NOSSA NOSSA ASSIM VOCE ME MATA –, caipirinha, a stomaco vuoto ma fa niente, qui c’è troppo casino per cenare, intanto fa buio, fuori tutto si riempie di luci, neon, strobo, su certi angoli della strada puoi persino abbronzarti, sono esausto, vado in ostello, check in, compilo il modulo, in caso di emergenza chiamare… un dottore, avrebbe scritto quel genio di Steven Wright, ascensore, nono piano, apro la porta di camera, VRRRRRRR, condizionatore anteguerra, niente, non c’è pace neanche qui dentro. Sul letto trovo una brochure, c’è scritto WELCOME TO NEW YORK CITY.

Call me Jack

Sono strani questi americani. Ti scrutano, si avvicinano, ti sorridono, ti attaccano bottone. Si accorgono subito che sei diverso da loro, ma gli piace.

“Hi, where do you come from?”

“Italy.”

“Oh, Italy, amazing! And what’s your name?”

“Jaopo.”

“What?”

“Jahopo.”

“Iaob?”

“Jacopo!”

“o__O”

“Ok, you can call me Jack!”

“Oh, Jack, (ma dillo subito no?), nice to meet you, Jack!”

Lo stesso teatrino è andato in scena anche quando ho conosciuto Farhan. Nonostante che Farhan sia un ragazzo di origini indiane, nato in Canada, trapiantato da queste parti, che abbia girato il mondo grazie al couchsurfing e che sia un tipo di ampie vedute, la sua faccia di fronte al nome Jacopo (o meglio, Jahopo, anzi, Jaopo) si è tramutata in una sfinge.“Ok, call me Jack” gli ha prontamente risposto l’ufficiale d’anagrafe che ormai mi ribattezza da giorni.

Non è stato affatto difficile per quel nuovo ma spaesato me entrare in confidenza con Farhan. Dopo due minuti che lo conoscevo mi aveva già invitato a uscire con lui e i suoi amici il venerdì successivo, ché il venerdì sera è pieno di gente in giro, ché vedrai che ci divertiamo, ché voi tre siete proprio dei tipi simpatici. Voi tre, sì. Perché ho iniziato ad avere una vita sociale in questo posto solo grazie all’amabile intercessione della mia coinquilina (italiana) e del suo fidanzato (italiano pure lui). Valeria, superesperta del luogo, e Rosario, neofita alla ribalta. Una bella coppia di istrionici e vulcanici comaschi che ho costretto a sperimentare anzitempo quanto la presenza di un figlio indesiderato che il buon senso ti obbliga a portarti dietro ovunque possa riuscire a frantumarti gli zebedei. E loro sempre carini, neanche mai un cenno di disappunto.

Alla fine venerdì sera usciamo, tutti insieme. Farhan ci presenta i suoi amici, un ragazzino dai tratti orientali con bandana e berretto dalla tesa che più tesa non si può e un ragazzone mulatto di quelli che Morgan Spurlock ha tentato dieci anni or sono ma invano di allontanare dai famelici McDonald’s & Co. Tutti insieme siamo accozzati talmente male che sembriamo la cover anni 2000 dei Village People. Quindi ci divertiamo parecchio. Pub, drink, discoteca, drink, a spasso, drink. A notte fonda tanta loquacità e una dose cospicua di tortillas e nachos s’impossessano delle nostre fauci. Parliamo di tutto, c’ingozziamo di tutto, diventiamo amici.

Talmente tanto amici che domenica mattina mi arriva questa email.

Hey Jack, I read about the earthquake in N. Italy – hope that any family and friends you guys may have in that area are safe.

Farhan

Ci rimango di stucco. E penso: sono proprio strani questi americani.

Rummeit

Rummeit. Il primo nuovo termine inglese che ho imparato qua. Niente a che vedere con il nettare ambrato che se accompagnato con succo di frutta alla pera può regalarti serate memorabili. Rummeit è la parola che è entrata per qualche giorno, senza chiedere il permesso, a occupare i miei fino ad allora rilassati incubi. Rummeit, sì, non roommate, perché l’eco strascicato e ondulante da film di paura mica si legge!

Immaginate una giornata di vento (sempre contrario) e pioggia (sempre a scroscio) e un posto bello grande che conoscete solo per sentito dire (parimenti all’idioma ivi parlato). Ecco, mettete al centro della scena un cretino senza un cellulare funzionante, senza uno straccio d’ombrello e con la cartina del luogo a farne le veci anziché ad assolvere la funzione per cui se l’era portata dietro, e il quadro è completo. L’agenda, ormai ridotta a cartapesta, è fitta di appuntamenti, incastrati l’uno dopo l’altro a forza di rispondere ad annunci di proprietari di case in cerca di room(stanza)mates(amici, compagni). Insomma, di coinquilini.

La metro mi dà una mano, scorrazzandomi ovunque. La nuova sim americana è la mia bussola (sia lodato Google Maps!). Per tre giorni mi trasformo in una trottola impazzita: giro in lungo e in largo la città, guardo una decina di appartamenti, conosco una decina di cercaroommates, piazzo una decina di sorrisoni a quanti più denti possibile. E preciso sempre che sono italiano. Perché gli italiani sono molto ben visti dai cercaroommates: persone pulite, educate, che tengono in ordine, che pagano regolarmente e soprattutto veramente, ma veramente bravi nel convincerti che tutto ciò sia vero.

Alla fine, dopo aver lottato contro la mia coscienza per scartare l’ipotesi sottounponte, trovo una sistemazione soddisfacente e all’imbrunire del quarto giorno mi trasferisco in un appartamento mal arredato, mal pulito e maleodorante, ma con delle bellissime nature morte attaccate alle pareti. Solo a una seconda più attenta occhiata scopro che è muffa. I roommates, gli altri, sono gentili con me, si dimostrano subito veramente amici e compagni di stanza. E il padrone di casa anche. E’ fatta! Pure la valigia, però, e l’oretta in cui gli altri sono a cena la trascorro a disfarla.

Verso le 11 la fame, quella vera, che per fortuna raramente mi è capitato di provare, mi assale. Ma non ho avuto tempo di fare la spesa e non ho niente da mangiare. Trascino la mia schiena sbriciolata fuori dalla camera e… l’El Dorado: un tegame con cinque polpette di carne e un pugno di patatine fritte abbandonato in mezzo ad un tavolo di piatti ormai prosciugati. Senza pensare, pesco una forchetta da un cassetto a caso e mi tuffo su polpette e patatine.

Un minuto più tardi mi sto già godendo la sigaretta del dopo cena, quando sbuca dal corridoio il padrone di casa. Faccia interrogativa, similincazzata, nessun cenno di amicizia o compagnia sul suo volto. Spengo immediatamente la sigaretta e, mentre cerco di non ridere immaginandomi il tizio che mi consegna il premio di antiroommate più veloce dell’anno, mi giustifico: “guarda, scusa, ho visto che prima anche tu fumavi, quindi mi sono permesso…”

“Non è un problema. Ma hai appena mangiato le polpette che avevo lasciato a mia figlia che sta arrivando!”

Distolgo lo sguardo, vedo là in fondo la giuria del premio, con tutti 10 alzati.

La sera successiva, preparo un’abbondante razione di pasta al pomodoro (siano lodate anche De Cecco e Barilla!) per tutti. E Oggi, a distanza di due settimane, abito ancora qui, a conferma del fatto che sì, gli italiani sono specialisti nell’arte del convincere.

Are you crazy?

È la prima volta in vita mia che mi faccio il corredo. No, certo, non sto per sposarmi, anche se a casa ho una schiera di nonne e zie sferruzzanti che non vedono l’ora di riempirmi di trine e merletti.

No, quella che voglio raccontare è una storiella simpatica, che trae origine dall’insana decisione di far scegliere a un manipolo di cattivi consiglieri di nome Svagatezza, Ansia e Squattrinataggine quale sarebbe stato l’alloggio in cui dover vivere nei prossimi tre mesi di America. Hanno insistito per venire con me dall’Italia, quei tre, e non ne azzeccano una. Mica c’hanno pensato ‘sti deficienti a controllare che le due, sì ben due, finestre del loculo che sarebbe diventato la mia camera avessero persiane, tapparelle o qualsivoglia meccanismo oscurante anti accecamento (e conseguente snocciolamento di ossequi) mattutino. Né tantomeno a accertarsi che il letto non fosse completamente spoglio di cuscini, lenzuola e coperte o l’armadio di grucce e ripiani. Niente. Hanno lasciato che fossi io la mattina seguente a constatare quanto le prime luci dell’alba possano rivelarsi fastidiose se non sei reduce da una serata di bagordi, quanto Linus fosse previdente a portarsi sempre dietro quella sua copertina e come lo zaino-cuscino possa rendere le sembianze del tuo volto al risveglio incredibilmente simili a quelle di Ribéry. Insomma, piccolo Frank, qui c’è da farsi il corredo!

Metropolitana, big store, ecco, sì, allora, i cuscini. Li vendono solo a coppia, ne userò uno come orsacchiotto. Le grucce, tante, ci metto tutto, non ho i ripiani. Tende da doccia nere, per le finestre andranno benissimo. Lenzuola e coperte, vanno a misure: twin size, full size, queen size, king size. Mah, sono un pessimo giocatore di poker. E ho un semplicissimo letto. Mi butto: full! L’ho sempre considerato un buon punto. Pago con carta di credito (108,37 $, azz!), esco e torno a casa. Vedo il loculo trasformarsi sotto i miei occhi mentre dispongo tutti gli abiti alle grucce, monto le tende, infilo i cuscini nelle federe. Adesso somiglia a una camera, manca solo da sistemare il letto. Spiego copriletto, lenzuola e coperta, panico: SONO PICCOLI! Il mio letto ha una scala servita. Ho perso. La stanchezza mi impedisce di prendermela con me stesso (e soprattutto con quei tre stronzi che m’hanno scelto la stanza) e i cuscini mi consentiranno comunque di evitare di trovarmi di nuovo davanti allo specchio Ribéry di prima mattina. Ma domani devo tornare al big store, che ho speso un botto e ho letto che la roba te la cambiano.

L’indomani vado. Scelgo lenzuola e coperte nuovi (ho scoperto dal padrone di casa che il mio letto è un queen, e un po’ mi preoccupa pensare di dover dormire con Freddie Mercury) e mi presento alla cassa. Strascico un inglese stentato.

Io: “Salve, vorrei darvi indietro questi che ho preso ieri e comprare questi altri.”

Cassiera: “Ok, costano di più, sono più grandi. Mi dia la carta di credito.”

Io: “No, guardi, vorrei solo cambiare questi con questi, se possibile, poi la differenza ve la do in contanti.”

Cassiera: “Va bene, mi dia la carta di credito.”

Io: “Ma non li devo pagare, ho solo da darvi la differenza, ho letto lì che cambiate le cose, ho lo scontrino di ieri, la vede la data?, le giuro che non li ho usati!”

Cassiera: “I need your credit card!”

(Silenzio, rassegnazione, sconfitta)

Le allungo la carta di credito.

Cassiera: “Le accredito i soldi che ha speso ieri e poi mi paga la nuova merce.”

Io: “Ahhh, wow, è che sono italiano e in Italia le cose, a volte, te le cambiano, ma senza ridarti indietro i soldi, cioè, funziona proprio in maniera diversa, ormai i soldi li hai spesi e se li tengono, puoi solo cambiare le tue cose con altre cose di quel negozio…”

Cassiera: “Are you crazy?”

No. Sono quei tre incoscienti che mi son portato dietro dall’Italia a avermi fatto impazzire!

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